Il Dipartimento organizzazione della Cgil ha diffuso i dati ufficiali della consultazione sul protocollo welfare. I votanti sono stati oltre 5 milioni e 200 mila. Confermata la netta vittoria del sì, con 4.125.937 preferenze, pari all’81,61 per cento. I no hanno raggiunto quota 929.472 (18,39 per cento), mentre 73.098 schede sono risultate bianche o nulle. Cifre da sottolineare, in particolare in questi giorni di accese discussioni su come tradurre in legge quell’intesa del 23 luglio. A rimarcarlo è anche il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani: “Il parlamento è naturalmente sovrano, ma non va dimenticato che il protocollo è stato approvato dalla stragrande maggioranza degli oltre 5 milioni di lavoratori e pensionati che hanno votato al referendum”. A un mese e mezzo di distanza dalla consultazione (che si è svolta l’8, 9 e 10 ottobre scorso), rivediamone i principali risultati.
Risultati per regioni. Al Nord i sì hanno raggiunto il 77 per cento, al Centro l’80, al Sud l’88,32. Il protocollo si è affermato in particolare in Sicilia (92,38 per cento), Puglia (90,11) e Calabria (87). Non ci sono territori in cui prevale il no. Le tre regioni con le percentuali più basse di sì risultano Abruzzo (69,92 per cento), Piemonte (71) e Lombardia (75). Quest’ultima ha anche il primato per numero di votanti: esattamente 900 mila, cioè quasi un quinto del totale. La seconda regione per numero di schede è l’Emilia Romagna: 526 mila, con il sì all’81 per cento. Segue il Lazio, dove in 500 mila persone hanno espresso un’opinione sul protocollo, con una quota di sì pari al 79 per cento.
Risultati per categorie. Quanto alle categorie, il sì vince nettamente tra i pensionati (oltre 1 milione di votanti, 95 per cento di consensi), gli edili (258.206 voti, sì al 91,18 per cento) e nel terziario (248.936 alle urne, di cui l’86 per cento per dire di sì). Bene il protocollo anche nel settore tessile-abbigliamento-calzaturiero, con l’85 per cento di consensi. Spicca poi l’81 per cento di sì espresso da interinali, precari e disoccupati (anche se con soli 18.922 voti). Nel pubblico impiego ha votato oltre mezzo milione di persone, esprimendo un consenso del 77 per cento. Come noto, l’unica categoria in cui è prevalso il no è stata quella dei metalmeccanici, ai quali non sono piaciuti gli accordi relativi al mercato del lavoro. A recarsi alle urne sono state 615.808 tute blu: in 312.098, cioè il 52 per cento, hanno detto di no; i sì sono stati 289.115, pari al 48 per cento. Nella classifica dei no, i metalmeccanici sono seguiti (sebbene a distanza) dai bancari (dove i no hanno raggiunto il 28 per cento), e da chimica, editoria e trasporti, tra i quali il no è pari al 25 per cento.
Un confronto con il 1995. Infine, un confronto con la consultazione del 1995, che per Cgil, Cisl e Uil ha rappresentato un'ideale “lepre” da inseguire e superare. In quel caso, lo ricordiamo, si votò per approvare la riforma Dini del sistema pensionistico. Per il referendum di quest’anno, invece, siamo di fronte a una riforma a più vasto raggio. Per brevità l’abbiamo chiamato “protocollo sul welfare”, ma si tratta, come recita il titolo stesso, di un’intesa “su previdenza, lavoro e competitività per l’equità e la crescita sostenibili”. Tornando al raffronto, 12 anni fa i voti furono 3.723.894, e anche allora vinsero i sì, anche se con una percentuale ben più bassa (63 per cento). In quel caso cu fu anche una regione, il Piemonte, in cui vinse il no (col 53 per cento). Interessante notare come in un territorio ad alto tasso di industrializzazione, il risultato di quest’anno si è ribaltato, e in Piemonte i sì hanno vinto con il 71 per cento. Due le categorie che votarono no alla riforma Dini: anche in quel caso i metalmeccanici (55 per cento), cui si aggiunse il settore della conoscenza (52). In molti altri settori, tuttavia, il no superò abbondantemente il 30 per cento. Al contrario del protocollo di quest’anno, a quanto pare molto più apprezzato, e in maniera tutto sommato omogenea, rispetto a quello del 1995.