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Rassegna Sindacale - 22 ottobre 2007

Dopo la manifestazione contro la precarietà: difficile che il Parlamento migliori il Protocollo

La sensazione è che i molti nemici del governo Prodi non stessero in piazza con la sinistra radicale a Roma lo scorso 20 ottobre. Che fossero un milione di persone o meno, non manifestavano contro l'esecutivo ma per una più decisa politica a sinistra: come si sono affannati a spiegare sfilando i leader della sinistra di governo-e-di-movimento, l'obiettivo è iniettare un po' di sangue (che come si sa è di colore rosso) nell'anemica compagine del centrosinistra. Missione politica del tutto legittima, ma che non impedisce di formulare alcuni quesiti. Innanzitutto sulle prospettive: se sono fondate le certezze di Silvio Berlusconi riportate dalla stampa in questi giorni, se davvero al Senato qualche casacca ha cambiato colore e il governo non ha più gli esigui numeri che lo sostenevano, allora la manifestazione di sabato è stata del tutto inutile. Potevano essere anche 5 i milioni in piazza, ma se il governo va a casa non ha alcuna importanza. E il governo che andrebbe a sostituirlo certo non ascolterebbe le ragioni di piazza San Giovanni.
Ma c'è anche un'altra questione che solleviamo: d'accordo, è stata una manifestazione "per". Ma è stata anche una manifestazione "contro". Non solo contro la precarietà, ma anche, inevitabilmente, contro il Protocollo sul welfare e chi l'ha sottoscritto - ministri del governo e confederazioni sindacali. E - di fatto, seppure al di là delle intenzioni dei singoli partecipanti - contro i 4 milioni e rotti di lavoratori che hanno votato sì al referendum sull'accordo. Chi è sceso in piazza sabato non può negare di averlo pensato e di pensarlo tuttora, che quei 4 milioni di persone avrebbero fatto meglio a votare no al Protocollo. Meglio ripeterlo: opinione più che legittima. Ma la conseguenza, il dato di fatto, qual è? Che nel momento in cui, come si ipotizza, il Cavaliere lancia la sua offensiva contro il centrosinistra, quest'ultimo mostra l'immagine di una leadership e di una base sociale divise. Quattro milioni da una parte, un milione dall'altra. Due frazioni. Non un intero. Se il governo fosse forte e avesse numeri nitidi in Parlamento, acque tranquille da navigare, allora la manifestazione di sabato avrebbe un significato accettabile: con la sinistra del centrosinistra che fa il suo dovere, chiede politiche sociali più decise, lotta alla precarietà e alla povertà, insomma esercita una sacrosanta attività di "lobbying". Ma visto che la situazione è molto diversa, e la nave di Prodi sembra avvicinarsi alla tempesta perfetta più che a un porto sicuro, che novità politica ha introdotto la manifestazione del 20?
All'indomani del corteo, i suoi promotori chiedono che Prodi ascolti la piazza, e che il Parlamento modifichi il Protocollo. Citiamo su tutti il ministro della Solidarietà sociale ed esponente di Rifondazione Paolo Ferrero: "Quella che è sfilata per ore per le strade di Roma - ha detto - è stata una splendida manifestazione che ha chiesto al governo di rispettare il programma sul quale è stato eletto. Senza dubbio Prodi ne sarà rafforzato se ascolterà e darà risposte a quanti hanno manifestato". In linea di principio siamo tutti d'accordo: il Protocollo poteva essere migliore e la lotta alla precarietà fatta dal governo poteva essere più incisiva. Di fatto, però, i numeri del Parlamento dicono che se quell'accordo sarà modificato, sarà modificato in peggio. Non saranno i sindacati, non saranno i giovani di piazza San Giovanni, non saranno i parlamentari di Rifondazione a deciderne il destino. Non sarà Pietro Ingrao, che ha commosso con la sua presenza sul palco a Roma e, intervistato da Repubblica, insiste: "la politica deve far sognare", aggiungendo: "io voglio sognare. Perciò insisto a dire che voglio la luna". Saranno invece i deputati e i senatori di Lamberto Dini, di Clemente Mastella e Antonio Di Pietro. Sarà l'onorevole Sergio De Gregorio. L'ago della bilancia è lì. E forse s'è già spostato e stiamo ragionando su un governo che non ha più la maggioranza. Alla luce di queste riflessioni torna la domanda: a cosa è servita la manifestazione del 20? A rafforzare un'identità? A ricordarsi cosa significa essere di sinistra? A migliorare il Protocollo sul welfare? La risposta alle prime due domande è sì. La risposta all'ultima domanda è no.
Davide Orecchio

N.70

31 ottobre

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