Dare voce all’insoddisfazione, dire no all’accordo del 23 luglio. Il referendum indetto dalle tre confederazioni CGIL - CISL – UIL sul protocollo firmato il 23 luglio 2007 su pensioni, welfare e mercato del lavoro è un fatto importante e rilevante per la vita democratica di un Paese.
E’ un evento rilevante perché si dà forza alla democrazia sindacale, si va oltre il limite e il vincolo della democrazia di organizzazione.
I soggetti interessati sono oltre 35 milioni di cittadini italiani, lavoratori, lavoratrici, pensionati e giovani, precari, cassintegrati, lavoratori in sospensione temporanea ed in mobilità.
La dimensione dei potenziali partecipanti alla consultazione sindacale è grande ed è una scommessa che rafforza il rapporto tra le organizzazioni sindacali e i lavoratori.
La democrazia sindacale impone regole precise che vanno oltre le regole interne delle singole organizzazioni. Innanzitutto democrazia è un principio di legittimità che è (per dirla con Sartori) “l’unico comune denominatore di qualsiasi dottrina democratica”.
La democrazia come principio e criterio di legittimità non può avere la presunzione che il consenso non sia soggetto a verifica e che non possa esistere consenso democratico senza che esso (il consenso) venga controllato mediante procedure “ad hoc”.
Gli organi dirigenti di Cgil Cisl Uil, riuniti unitariamente il giorno 12 settembre, hanno approvato un ordine del giorno che indica in maniera chiara che “il voto segreto si svolgerà nei giorni 8-9-10 ottobre”
In giro per l’Italia - in deroga alle indicazioni nazionali - si sta procedendo con troppa creatività.
La democrazia è un sistema caratterizzato da regole e istituzioni che contemperano e bilanciano diversi principi: ha l’esigenza, la necessità di un accordo sulle regole e al tempo stesso deve accettare il dissenso, la diversità delle opinioni e l’eventuale conflitto sul merito e sui contenuti.
Inoltre, in democrazia, si deve ammettere “l’incertezza” dei risultati (chi vince?) e favorire la “certezza” delle regole. Ovviamente si deve applicare la regola di maggioranza e il suo diritto decisionale.
La Cgil ha uno statuto fortemente democratico e considera fondamentali il principio di libertà sindacale, il pluralismo, la verifica del mandato di rappresentanza conferito dalle lavoratrici e lavoratori.
Inoltre “agli iscritti è garantito il diritto di critica con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, ………. anche attraverso la concertazione di iniziative liberamente manifestate anche attraverso i normali canali dell’organizzazione”.
Sono questi principi di libertà che mi hanno portato alla manifestazione di Firenze il 29 settembre scorso, autoconvocata da delegati e lavoratori, per lo più iscritti alla Cgil, per dire no all’accordo sul protocollo di luglio.
La risposta non può essere di natura burocratica, siamo nel pieno svolgimento del dibattito referendario. Dopo il voto ci sarà il mandato: a quello tutti ci atterremo.
Durante la fase di discussione e del dibattito tutte le opinioni hanno parità di dignità e debbono essere manifestate. Non ci possono essere scorciatoie burocratiche che darebbero il sapore amaro alla democrazia.
La sofferenza tra i lavoratori e trai precari, in merito ad alcune parti dell’accordo, è innegabile.
Le manifestazione di protesta non debbono essere vissute come delegittimanti, ma come elemento positivo della partecipazione democratica.
Dare voce all’insoddisfazione vuol dire che sei ascoltato, che ci possono essere ancora gli spazi e il tempo per cambiare; che dentro il tuo sindacato non c’è indifferenza alla tua protesta.
La voce ti fa sentire parte del collettivo. Quando viene a mancare la possibilità di dare voce alla diversità delle opinioni si corre il rischio dello scollamento, della frattura relazionale.
La Cgil (noi) deve mettere a profitto anche le contraddizioni di questi giorni per riprendere la riflessione sulla democrazia in vista della prossima conferenza di organizzazione.
Nicola Nicolosi