l'opinione. E' terribilmente faticoso far emergere nella polemica politica - tutta centrata sul dilemma «scalone sì, scalone no» - ciò che è stato oscurato: per la tenuta del sistema previdenziale pubblico è decisiva la qualità e la quantità dell'occupazione.
Basterebbe il buon senso per renderlo evidente, dato il carattere del sistema previdenziale italiano che è a ripartizione: si regge cioè sul patto tra le generazioni (con i contributi di chi lavora si pagano le pensioni di chi è in pensione).
Al contrario, la politica italiana sta utilizzando il dibattito sullo scalone addirittura per ridefinire future alleanze elettorali, evocando patti generazionali infranti, sempre riproposti quando si tratta di ridurre le garanzie delle donne e degli uomini, e mai però ricordati quando si tratta di riconoscere nuovi diritti alle ragazze e ai ragazzi,ridistribuendo la ricchezza che c'è.
L'allungamento di 3 anni dell'età necessaria per andare in pensione è un arbitrio introdotto dalla legge Maroni, che determina una iniquità insopportabile e che va modificata.
Al Presidente del Consiglio spetta la maggiore responsabilità: in termini generali, ma soprattutto perchè di fronte ai cittadini italiani risponde dell'attuazione o meno del programma. Sinistra democratica lo ha più volte ripetuto.
Detto questo con la nettezza necessaria vorremmo riaccendere la luce sulla precarietà sociale e del lavoro.
E' su questo terreno che si gioca l'alternativa tra crescita economica e competizione giocata sui costi da una parte; e dall'altra sviluppo sostenibile per l'ambiente e per le persone.
Noi pensiamo che su questo terreno il governo dell'Unione deve fare di più, senza timidezze e senza accettare quei diktat silenziosi ma non meno pesanti di Confindustria.
Perché ciò è decisivo e distintivo di un modello sociale, di una idea di futuro, di come si attraversa la competizione globale,perfino distintivo delle alleanze politiche possibili.
Se si fanno parlare i fatti e dunque la realtà, il presente delle ragazze e dei ragazzi è intrappolato in contratti precari, la cui aleatorietà è utilizzata per contenere i costi, ma soprattutto per ledere la libertà della prestazione di lavoro.
La realtà è caratterizzata dall'uso improprio dei contratti di collaborazione, dal lavoro nero, dall'applicazione della legge 30 per la scomposizione delle imprese e la frantumazione dei processi produttivi, dai contratti a termine.
Nel 2006 la maggioranza delle assunzioni è avvenuta con contratti a tempo determinato. Per utilizzarli le leggi attuali non richiedono più particolari motivazioni ed è possibile reiterarli all'infinito, con brevissime pause. Noi pensiamo che in un paese civile questo sia un problema, oltre che un abuso di potere: lo si può fare perché si è offuscato totalmente il senso che è il valore del lavoro a dare il tono, la misura, la cifra della civiltà di un paese.
In un paese in cui è possibile fare a una stessa persona fino a 200 contratti di un giorno nel corso di un anno, o in cui a una ragazza laureata mentre si accende un rapporto di lavoro (rigorosamente a termine) si fanno firmare finte dimissioni in bianco, si è perso il senso dei legami profondi che possono tenere insieme una comunità, se la si vuole fondata su giustizia sociale, dignità del lavoro, sviluppo sostenibile,economia dell'innovazione e della conoscenza.
Sinistra democratica ha presentato un disegno di legge che ha l'obiettivo di modificare le norme sui contratti a termine perché non diventino la sostituzione strisciante dei contratti a tempo indeterminato e nel contempo l'arma di ricatto per governare i rapporti di lavoro. Senza la pretesa che quel nostro testo sia il migliore possibile, vorremmo però avanzare una proposta a tutta la sinistra: ripartiamo da qui, dalla lotta al precariato, per dare una risposta alle ragazze e ai ragazzi e facciamo di questo tema il punto di partenza verso l'unità della sinistra.
Titti Di Salvo, capogruppo Sd alla Camera