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l'Unità - 14 luglio 2007

Fassina: Niente scaloni tra padri e figli

Per conoscere il Patto annunciato nei giorni scorsi dal presidente Prodi per risolvere il difficile negoziato sulla riforma delle pensioni dobbiamo ancora attendere. Nel Consiglio dei Ministri di ieri non se ne è parlato. Nell’attesa, forse è utile provare a capire perché è così difficile giungere ad un compromesso che ammorbidisca lo «scalone», salvaguardi i lavoratori prossimi alla soglia dei 57 anni ed impegnati in attività usuranti ed attui quanto chiaramente disposto dalla Riforma Dini del 1995 sui coefficienti di trasformazione per rendere sostenibile la spesa pensionistica in relazione all’allungamento della vita.
Le ragioni delle difficoltà sono molte e profonde. Certamente tra esse c’è la regressione economico-corporativa della cultura politica di importanti forze del centrosinistra, prima ancora che del sindacato. Certamente c’è la debolezza di numeri e di capacità egemonica dei settori riformisti della maggioranza e delle forze sociali.
Tuttavia, forse, c’è anche altro. Forse, c’è un’impostazione sbagliata dei termini del problema da affrontare. Anche oggi, come già avvenuto alla fine degli anni 90 in tema di pensioni, di Statuto dei Lavoratori e di contratto nazionale di lavoro, il dibattito ruota intorno al conflitto generazionale: meno ai padri, più ai figli. Eliminare le pensioni di anzianità dei padri per dare ammortizzatori sociali ai figli precari.
Siamo sicuri che la variabile generazionale sia quella rilevante per portare in porto la riforma del welfare? Siamo sicuri che il problema oggi, nell’Italia in declino non solo economico, ma anche etico, rispetto ai paesi europei, sia ridistribuire risorse tra coorti anagrafiche, in un gioco a somma zero, dove qualcuno perde (i padri) e qualcun altro vince (i figli)? No, non sono questi i termini corretti e fecondi per tematizzare il problema. Vediamo perché.
L’Italia, come ha meritoriamente ricordato Veltroni al Lingotto, è un paese che, nell’ambito dei paesi sviluppati, si distingue per essere una società sostanzialmente castale. Il coefficiente di permanenza dei figli nel decile di reddito dei padri è intorno a 0,6, ossia il 60 percento dei figli «eredita» il titolo di studio e la collocazione reddituale dalla famiglia. Tale livello di immobilità sociale accomuna l’Italia al Brasile, un paese emergente, caratterizzato da profondissime disuguaglianze frutto di decenni di dittature militari. L’Italia è molto lontana dai livelli delle economie sviluppate, non solo quelle a maggiore mobilità come il Canada e la Svezia (rispettivamente, 0,21 e 0,28), ma anche Stati Uniti, Regno Unito e Francia (intorno a 0,42). La spiegazione dell’immobilità italiana risiede in larghissima parte nel sistema educativo: i figli ereditano la condizione reddituale della famiglia perché ne ereditano, innanzitutto, il livello di scolarizzazione. La lettura delle valutazioni Ocse sulle competenze linguistiche e logico-matematiche degli alunni dei 27 paesi membri, non lascia dubbi sull’ereditarietà del nostro sistema scolastico. Il peggioramento del livello medio di preparazione degli studenti italiani (ventesimi su 27), è sintesi di un’enorme differenza dei risultati a seconda della famiglia di provenienza e del territorio di residenza: il figlio di genitori con la licenza media o senza titolo di studio, residente nel Centro-sud ha una capacità linguistica pari a quella media di uno studente messicano, all’ultimo posto nella classifica Ocse; all’estremo opposto, il figlio di genitori laureati, residenti nel Nord raggiunge risultati pari alla media degli studenti finlandesi, al vertice della classifica Ocse. Oltre che nella scuola, la spiegazione dell’immobilità sociale italiana risiede nell’assenza del merito tra i criteri di selezione delle posizioni sociali: come ha documentato un recente rapporto della Luiss («Generare classe dirigente»), l’Italia è un’economia delle conoscenze, più che della conoscenza. La famiglia di origine, oltre al titolo di studio, assicura anche l’accesso alla professione dei genitori, sia nei settori privati che in quelli pubblici: il dipartimento di medicina dell’università di Bari, come ha scritto Walter Tocci, ha un elenco di professori che sembra un pacchetto di certificati di famiglia. Allora, è evidente che la faglia principale sul terreno delle opportunità e dei diritti non ha natura anagrafica, ma sociale: è enormemente più ampio lo squilibrio di opportunità e diritti tra un giovane figlio di operai a Taranto e un coetaneo figlio di professionisti al Milano, che quello tra padre e figlio di Taranto e padre e figlio di Milano, per quanto possano essere peggiorate le aspettative delle generazioni più giovani.
Se è così, ed è così, perché un operaio, anche se non «usurato» dal lavoro, o un impiegato dovrebbe rinunciare alla certezza della pensione di anzianità e, spessissimo, al reddito aggiuntivo da attività in nero o in grigio, quando sa che, nel migliore dei casi, le risorse a cui rinuncia andrebbero a lenire la precarietà del figlio che comunque eredita la sua condizione sociale? In tale quadro di immobilità, è difficile che non prevalga il familismo, nostro male endemico: la redistribuzione al figlio la fa il padre direttamente, senza correre i rischi di una intermediazione incerta ed inefficiente delle amministrazioni pubbliche in un mondo immutabile.
Allora, per superare le resistenze dei padri è necessario invocare e proporre non «un nuovo grande Patto tra le generazioni», confinato al welfare e alla redistribuzione di risorse (scarse) in un quadro statico, ma «un nuovo grande Patto tra le corporazioni», proiettato all’accumulazione e alla crescita in un’ottica economica e sociale dinamica. Insomma, dal compromesso al ribasso, in vigore negli ultimi tre decenni in funzione risarcitoria, ad un Patto per lo sviluppo in chiave promozionale.

Un patto scrivendo il quale le corporazioni continuano a difendere interessi particolari, ma diventano lungimiranti, smettono di litigare per conservare fette di una torta sempre più piccola e cooperano per fare una torta più grande.

Insomma, un gioco a somma positiva, dove vincono tutti, padri e figli, perché l’Italia si rimette in moto, torna a crescere, moltiplica le opportunità, spezza le catene delle caste. Nel patto per lo sviluppo, dovrebbe essere scritto che la rinuncia alle pensioni di anzianità avviene, innanzitutto, in cambio del rilancio della scuola pubblica e dell’università, della liberalizzazione dell’accesso alle professioni, della centralità del merito e del principio di responsabilità nella selezione e nella promozione nelle amministrazioni pubbliche.
Per fare solo un altro esempio, ma la lista è lunga, nel Patto per lo sviluppo dovrebbe anche essere scritto che la rinuncia all’evasione fiscale avviene in cambio della riqualificazione dei servizi pubblici e privati alle imprese ed ai cittadini (dalle banche all’energia, dalle assicurazioni alle professioni), della modernizzazione delle infrastrutture, della riforma e del contenimento delle spese pubbliche e, quindi, della riduzione delle tasse. Forse, proporre ogni specifica riforma nell’ambito del Patto per lo sviluppo renderebbe meno ostili le corporazioni. Ad una condizione, però: il proponente del Patto deve essere credibile nell’impegno a condurre in porto la modernizzazione del Paese in tutti gli ambiti, con equità e determinazione.
Chiudere senza eccessive concessioni corporative il negoziato sulle pensioni è condizione necessaria per una Legge Finanziaria in grado di intervenire su altri importanti capitoli di spesa e per realizzare il ventaglio di riforme strutturali in discussione in Parlamento. Il Pd lavorando nella società può contribuire non poco alla sfida.



N.56

17 luglio

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