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Corriere della Sera - 13 luglio 2007

Sulle pensioni Prodi si gioca il tutto per tutto

Il retroscena. L'offensiva: risolvere i nodi di previdenza e legge elettorale. Prodi è convinto di chiudere oggi, «sono convinto di chiudere l'accordo sulle pensioni con i sindacati ». E certo il suo ottimismo stride con l'ennesimo bollettino di guerra, al termine di un'altra giornata in cui il governo non ha trovato un porto in cui riparare. Al Senato è andato sotto sulla riforma dell'ordinamento giudiziario. Alla Camera si appresta a mettere la fiducia sul «tesoretto » perché non c'è accordo nell'Unione, mentre la sinistra radicale è pronta ad astenersi sul Dpef nelle commissioni Ambiente e Trasporti, contro i progetti delle Grandi Opere.
Il Professore convive ormai da tempo con i fantasmi del '98, e per una volta concorda con il Cavaliere, secondo cui Prodi non cadrà per un incidente di percorso in Parlamento ma per una trama politica ordita dai suoi alleati. «Io però non mollo, andrò fino in fondo », ha ripetuto ieri il premier, sfidando lo sguardo dell'interlocutore di turno: «E dopo di me non c'è nulla. Ci sono solo le elezioni». Anche su questo punto è in sintonia con l'eterno rivale, sebbene nessuno al momento possa ipotecare il futuro, mentre impazza la lotteria sul prossimo capo di governo, e un potentissimo funzionario dello Stato - depositario di molti segreti e confidenze - scommette che «non saranno né Marini né Dini né Veltroni i successori di Prodi a palazzo Chigi, bensì Giuliano Amato, che porterà il Paese alle elezioni».
Il premier vuole smentire le profezie. Certo, sono molti i nodi politici che si sono aggrovigliati e che stanno togliendo il fiato al suo esecutivo. Anche se in realtà la crisi in cui versa è determinata da due problemi: «Le pensioni e la riforma della legge elettorale ». Perciò non si preoccupa più di tanto per quel che sta accadendo al Senato, dove il Guardasigilli ieri ha minacciato le dimissioni sull'ordinamento giudiziario, dopo aver subito «lo schiaffo» di un emendamento presentato da alcuni dissidenti dell'Ulivo, che è stato votato dal centrodestra per mettere in scacco il governo. Oggi si replica. E malgrado la preoccupazione sia palpabile, con Mastella che definisce le proposte di modifica annunciate da Manzione «un vero e proprio atto eversivo», con Mussi che annuncia ai suoi «il rischio molto alto di saltare», c'è la sensazione che si arriverà a un'intesa in extremis. «La verità è che abbiamo già evitato la trappola», spiegava infatti il ministro della Giustizia nei giorni scorsi, con il sorriso di chi la sa lunga: «La trappola era la fiducia. Se Prodi l'avesse messa, allora sì che sarebbe caduto. Magari ci sarebbe mancato un voto... Per fortuna mi ha dato retta e abbiamo sventato la minaccia». D'altronde Mastella sapeva in questi giorni di poter fare affidamento sui centristi dell'opposizione, che però oggi in Aula a palazzo Madama non potranno assentarsi. Così ha ordinato Casini: «Tutti presenti o verremo additati come il soccorso bianco di Prodi. Stavolta non è come sul decreto per le missioni militari». Resta da capire come possa Prodi continuare a lungo così, e se davvero c'è un piano per sostituirlo in autunno. L'altra sera l'argomento è stato al centro di una discussione tra Rutelli e i suoi fedelissimi: dai ministri Gentiloni e Lanzillotta, a Lusetti e Realacci, a Polito e Bobba. Il vicepremier ha allargato le braccia: «Qui si naviga a vista, ogni questione può diventare una buca ». Certo Rutelli non sembra far nulla per impedire il passo falso, anzi nel documento che ha redatto per il Partito democratico, tratta l'esecutivo alla stregua di un «governo amico»: gli addebita «la delusione dei ceti popolari», «l'insofferenza dei ceti medi, dei piccoli imprenditori, dei professionisti, dei commercianti, degli artigiani». Praticamente di tutto il Paese. In più prospetta la rottura del Pd con l'ala massimalista dell'Unione per non restare «imprigionati dal minoritarismo e dal conservatorismo di sinistra». E nella chiosa sottolinea addirittura che Veltroni «a queste ragioni si ispira». «Conoscendo il carattere di Prodi, starà fuori dalla grazia di Dio», ha commentato il segretario del Prc con i suoi: «Quella di Rutelli è una posizione da ribaltonista, da tradimento del mandato elettorale». Ma la «forzatura » del leader diellino — secondo Giordano — «può esserci di aiuto perché ci tira fuori dall'angolo, spinge il premier a proporsi nel ruolo di garante e magari può far ripartire il feeling tra noi e lui». Il pensiero, ovviamente, va alla trattativa sulle pensioni. Al momento restano le divergenze tra il capo del governo e gli alleati, né le mediazioni finora hanno ridotto la distanza. A dire il vero, hanno irritato persino gli esponenti dell'area riformista: «Io non sono mai stata femminista — diceva giorni fa la Lanzillotta — ma ipotizzare l'aumento dell'età pensionabile per le donne, così da consentire agli uomini di andare a riposo prima, mi pare una bestialità ».

È sulle pensioni che Prodi si gioca molto se non tutto. Sulle pensioni e sulla legge elettorale, che è all'origine della instabilità della maggioranza. «Sono pronto a impegnare il governo sul sistema tedesco», ha sussurrato il premier ai dirigenti del Prc: «Però dovete convincere i partiti più piccoli ad accettare lo sbarramento al 4%». Verdi e Pdci non ne vogliono sapere, Mastella men che meno. Intanto il tempo passa, e senza accordo il tic-tac del referendum avvisa che la bomba ad orologeria si appresta a esplodere. Ieri il Cavaliere ha criticato il ricorso alla consultazione popolare, che in realtà sta segretamente sostenendo, come lascia intendere Rotondi, suo fedelissimo alleato democristiano: «Io sto raccogliendo le firme, e ho capito che può venire utile a Berlusconi. Lui non si può muovere perché altrimenti si scatena la Lega».
Sarà una coincidenza, ma è l'ennesima: i percorsi dei due rivali coincidono. Entrambi non vogliono concedere spazio agli alleati che puntano al cambio della guardia. Prodi deve contrastare il passo a Veltroni per restare a palazzo Chigi, mentre Berlusconi deve stroncare la resistenza di Casini per tornarci. Il resto è ammuina, tattica, annusamento. Basta pensare a quello che è avvenuto sere fa, alla festa in onore di Valentino, durante la quale il Cavaliere ha corteggiato Rutelli: «È ora di metterci d'accordo... Troviamo un'intesa anche sulla legge elettorale... Se voi abbandonate i comunisti noi tagliamo i nostri rami secchi...». Il giorno dopo il vicepremier l'ha raccontato ai suoi. Commento finale: «E mica crederete a Berlusconi?». Nessuno crede più a nessuno. Succede tra avversari, ma anche tra alleati.
Francesco Verderami

N.56

17 luglio

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