Allora, in conclusione due punti all’ordine del giorno del Direttivo. Sul Dpef mi pare che il giudizio che abbiamo espresso sostanzialmente venga condiviso. Credo che dovremo - ci penserà in modo particolare Marigia, - predisporre un documento un po’ più preciso di analisi dei singoli elementi, in modo tale che possa diventare punto di riferimento per la nostra confederazione. Naturalmente anch’io penso che dentro il Dpef ci siano tante cose che meriterebbero un approfondimento specifico. A me, tra le tante, per esempio, ha colpito l’idea di ridurre l’incentivazione alle imprese e trasformarla in riduzione dell’imposta sulle imprese, dell’Ires. Vedo sia le cose che danno un senso a questa scelta, ma vedo anche i problemi che questa scelta apre. Certo, se si pensa all’uso discriminatorio che talvolta si fa degli incentivi, soprattutto in alcune aree del paese, capisco quando le imprese dicono “voglio un automatismo”. Ma se si rendono totalmente nulle tutte le incentivazioni di carattere finanziario, ci si nega del tutto la possibilità di agire questo strumento ai fini di una politica di riequilibrio territoriale o di politica industriale. Ho voluto citare un elemento che naturalmente sta dentro un disegno più complessivo, per dire come poi dovremo essere in condizione di valutare l’insieme delle conseguenze che il Dpef determina. Fermo restando questo però non va smarrito - se no corriamo il rischio di non capirne il segno - che sicuramente è un Dpef improntato allo sviluppo. Che però poi viene contraddetto dagli obiettivi fissati. Perché non si capisce come mai il documento dice che nel 2007 la crescita sarà del 2; poi sarà dell’1,8; 1,8; 1,8 oppure 1,9; 1,8; 1,9 senza che si capisca mai perché.
E’ una sottostima per predisporre strumenti finanziari a disposizione? E’ una cautela perché non hai tutto il quadro macroeconomico? Certo, anche a me ha colpito che si scelga come costante un decimale meno il 2%. Ma naturalmente dobbiamo anche sapere che c’è un grado di aleatorietà non piccolo in questa dimensione delle prospettive.
Però il quadro del Dpef è un quadro di sviluppo. Tanto è vero che il problema che apre è quello del reperimento delle risorse. E quindi con la possibilità, quando arriviamo in Finanziaria, come ho già detto, o di vedere priorità che vengono messe da parte, oppure di dover trovare le risorse necessarie a finanziare queste priorità. Per tutto il pezzo sociale – Ici e assegno per il figlio – sostanzialmente, ad ora, assolutamente non finanziate. E quindi, siccome si tratta di una mole non piccola di risorse, va da sé che una parte della politica redistributiva, ad oggi non viene coperta e quindi da questo punto di vista toccherà alla Finanziaria assumere le scelte conseguenti. Per arrivare invece al secondo punto dell’ordine del giorno. Ora credo che non sfugga a nessuno che abbiamo voluto mantenere questo Comitato direttivo anche in assenza di fatti nuovi. Lo abbiamo fatto per un motivo semplice: che in una fase così confusa e così complessa, almeno il gruppo dirigente sia chiamato a condividere lo stesso livello di informazione, di discussione e di opinione attorno a questa trattativa. E da questo punto di vista, tra i direttivi e la delegazione che ci assiste, praticamente in un mese abbiamo avuto cinque o sei occasioni d’incontro.
E io penso che sia stato e sia giusto. Perché è inutile nasconderlo: c’è una situazione di difficoltà. E la difficoltà nasce dalla particolarità di questa trattativa. Non smetterò mai di ripeterlo. Siamo in presenza di una trattativa totalmente anomala, in un contesto particolare, che non ha precedenti, per tante ragioni. E quindi ha bisogno che ci sia una convergenza, almeno del gruppo dirigente, perché ci sono scelte, questioni che precipitano, sulle quali dovremo decidere assieme. Di queste difficoltà molte le ho espresse io, molte sono state dette dalle compagne e dai compagni. Vedi, Donata, io non sono particolarmente ottimista, ma penso che sia un errore strategico per noi – e presumo di dire anche per il governo –, non arrivare a fare questo accordo. Strategico. Non tattico, non legato a questa o quella soluzione del problema. Per noi è evidente. Ma le forze che vogliono che noi non contiamo, che cosa possono sperare se non che la trattativa naufraghi o per consunzione o per impossibilità di arrivare all’accordo. E voi ritenete che una trattativa così la teniamo in piedi in questo modo per settimane e settimane? Che può tranquillamente arrivare in autunno e poi magari dopo? Questa è una trattativa che doveva essere chiusa dentro il Dpef, ma comunque va chiusa entro luglio. E dico di più: dovrebbe essere chiusa nei prossimi quindici giorni. Questo è lo scopo, il senso che ci dobbiamo mettere. Un direttivo per noi evidente, visto il modo in cui stiamo in campo, in una situazione in cui tratti e non tratti; lotti e non lotti; informi e non informi. In cui, anzi, i giornali informano in maniera molto spesso scientificamente errata.
E io penso anche dal punto di vista del governo. Perché un governo molto sfilacciato, è un governo che anche attraverso un atto negoziale, quale che sia la forma, con il movimento sindacale, esprime una sua determinazione, una sua volontà, una sua identità, una sua capacità di fare. Perché questo governo ha il problema di fare. Guardate che non è che non riesce a cambiare la legge 30; non riesce a cambiare praticamente quasi nulla. Perché quando va al Senato, non passa quasi niente. Lo sciopero dei magistrati per cosa è? Così le altre questioni che il governo non riesce a risolvere pur avendole nel programma... Non è che le uniche cose che ha nel programma, e che non attua, sono quelle che riguardano noi strettamente. C’è un problema più generale. Per questo dico che, se attraverso un atto, una scelta, il governo è in grado di fare questa determinazione, secondo me realizza un atto politicamente corretto. E anch’io penso – lo diceva Achille per ultimo – che naturalmente la responsabilità massima ce l’ha il complesso della coalizione. Lì sono tutti o solidalmente impegnati oppure tutti solidalmente dissociati. Non è che c’è qualcuno che ha più responsabilità. Il più piccolo, in fondo, equivale come il più grande. Quando ti manca un voto, due voti al Senato, è chiaro che questo chiama la responsabilità di tutti, dal primo all’ultimo. E chiama la responsabilità del presidente del Consiglio il quale, giustamente, su tante cose ha avocato a sé l’ultima parola, la parola decisiva. Questo è il classico caso in cui una trattativa di questa complessità, tocca a lui gestirla. D’altra parte, tutte le trattative che abbiamo fatto nel passato, su previdenza e non solo, tutte hanno avuto il presidente del Consiglio del tempo – sempre insieme al ministro del Lavoro, sempre insieme al ministro dell’Economia o del Tesoro, come si chiamava una volta – come attori protagonisti. Quando era Dini presidente del Consiglio, abbiamo fatto due mesi di trattativa con Dini.
Quindi, non sono ottimista perché vedo anch’io le difficoltà, ma dobbiamo agire “come se”, dobbiamo forzare, dobbiamo cercare l’accordo. Perché credo che non ci sia alternativa. E le alternative sono tutte peggiori. Ora, da questo punto di vista, le difficoltà sono quelle che abbiamo messo in campo. Abbiamo difficoltà su materie che in sé presentano complessità, ma anche su materie che non dovrebbero presentarne. La questione dell’aumento delle pensioni sta diventando davvero una cosa singolare. Ma in quale paese d’Europa si può spiegare che c’è una disponibilità a mettere dei soldi ma non si riesce a trovare un criterio per distribuire questi soldi. Noi stessi, che abbiamo ragione, facciamo fatica a tenere alte le nostre ragioni nel momento in cui ci sono altri pensionati che sono ovviamente esclusi dagli aumenti. Per cui siamo in una contraddizione, anche qui, mai vista. Un fatto positivo e una difficoltà a tradurlo in una scelta operativa. E con chi stanno litigando i compagni dei pensionati,? Con la Ragioneria dello Stato, con i cinque responsabili della Ragioneria dello Stato che ci spiegano che le nostre proposte: a) sono incostituzionali; b) non sono certificabili; c) alterano i rapporti di reddito. E noi che presentiamo una memoria in cui diciamo: che non sono incostituzionali; che non alterano le questioni di reddito; che sono più eque di quelle che loro ci presentano. E questa è la trattativa che si sta svolgendo. Ai nostri pensionati, diciamo “Tenete duro. Ribadite le vostre posizioni”. Perché se lì passa la Ragioneria, non è che poi, quando affrontiamo i temi dello scalone la Ragioneria diventa più morbida rispetto all’equivalenza dei costi. Lo sforzo che dobbiamo fare deve essere quello di tenere assieme i punti della trattativa. Noi a Betty abbiamo detto: “Se anche stamattina trovavi l’accordo, tu non siglavi il punto sull’aumento delle pensioni”. Perché se noi firmiamo i pezzi a prendere in maniera esplicita, ci resta il tema dello scalone. E il tema dello scalone, lo vogliamo o non lo vogliamo, riguarda una parte. Se superiamo lo scoglio dell’aumento delle pensioni, il secondo punto da affrontare sarà il tema dello scalone. Non l’ultimo, il secondo. Non lo tieni in fondo, lo metti subito. Così vai a determinare le condizioni. Perché sennò, davvero, foglia per foglia...
E devi tenere assieme un quadro di giudizio su tutto. Perché la trattativa è fatta di tante cose, i temi sono tanti. Li abbiamo voluti, non a caso, così. E non a caso dobbiamo concluderla sull’insieme dei punti. Poi il giudizio sarà sull’insieme. Poi, nel giudizio sull’insieme, ci saranno pezzi della nostra organizzazione che valorizzeranno più un punto, in ragione dei loro insediamenti, delle loro domande. Altri che avranno più problemi su qualche punto. Ma è normale dentro questo scenario.
Quindi abbiamo il problema di tenere una linearità di tutta la trattativa. E guardate che spesso la Cisl ce lo ripete. Se poi resta alla fine lo scalone, è un problema del governo. Per questo vogliamo tenere assieme tutte le questioni. Perché il problema dello scalone non è un problema solo del governo. E’ un problema anche nostro. Non è il primo, ma è un problema nostro al pari degli altri.
C’è poi il problema dell’informazione. Scontiamo un rapporto complicato di informazione con la gente. C’è in ragione della forza dei giornali, che giocano un’altra partita. C’è in ragione del fatto che non abbiamo mai un punto su cui poter fare un’informazione un po’ precisa e attendibile, perché anche i fogli di carta che abbiamo, appaiono, scompaiono, si modificano. Noi abbiamo bisogno di formalizzare di più questa trattativa. E non si formalizza in ragione delle difficoltà del Governo. Ma questo non può diventare l’alibi per non avere una formalizzazione dei rapporti. Perché sennò, anche per noi, qualsiasi giudizio diventa il giudizio su un testo che c’è ma non sappiamo se c’è ancora il giorno dopo. Anche per questo dobbiamo riprendere la trattativa a tutto tondo. Perché anche sul tempo determinato, tutti i fogli che abbiamo visto, l’andare e il tornare, i punti delicati: o hai una sede in cui precipita una valutazione d’assieme, in cui sei in condizione di vedere le cose che vanno e quelle che non vanno, oppure fai fatica ad andare avanti. Questo è il problema vero che abbiamo di fronte a noi.
Su altri testi, penso agli ammortizzatori sociali, è l’unica questione sulla quale il passo in avanti è stato fatto. Ma perché lì è stato fatto? Perché investe la responsabilità di un solo ministro. Perché invece in tutte le materie in cui la responsabilità è duplice o triplice, lì si comincia ad avere problemi di assenza di coordinamento, di assenza di obiettivi condivisi dall’uno e dall’altro.
Quindi, per quanto riguarda lo sforzo che dobbiamo fare, secondo me deve essere questo. Abbiamo bisogno, in queste condizioni, di far ripartire un’iniziativa dal basso. Non abbiamo nessuna difficoltà, anche domani, di far uscire da questo direttivo una richiesta a Cisl e a Uil di sostenere – con la mobilitazione – i nostri obiettivi, le nostre proposte. Lotta rigorosamente unitaria in ragione dei bisogni e delle esigenze che abbiamo. E lotta che deve avere come centro il complesso della nostra piattaforma. Non è che possiamo fare, anche lì, lotte a seconda delle singole situazioni; perché va tenuto un fronte unitario. Non corporativizziamo anche noi le richieste, perché a una nostra corporativizzazione delle lotte corrisponderebbe poi una corporativizzazione degli esiti e del giudizio finale. Sarebbe sbagliato, anche per le cose che il gruppo dirigente oggi ha detto con grande chiarezza.
Sul problema, infine, del superamento dello scalone, sul quale molto si è dibattuto. Abbiamo voluto tenere il direttivo per fare assieme questa discussione. Per farla in maniera chiara. La proposta che abbiamo avanzato l’altra notte era tesa a rimettere in moto una situazione. Il governo ci ha fatto una proposta al tavolo: cinquantotto, cinquantanove, sessanta, sessantuno o sessantadue; con un tempo di permanenza tra i diciotto e i ventiquattro mesi in ogni gradino. Questa è la proposta che è stata avanzata al tavolo delle trattative.
Alla proposta formale del Governo, abbiamo detto che non va bene. Potevamo fermarci lì e dire basta. Abbiamo pensato che fosse opportuno, per tante ragioni, riaprire i giochi e dire: “Perché non si ragiona su un’ipotesi che riparta dall’incentivazione e abbia queste caratteristiche (quelle che conoscete). Non abbiamo definito una proposta chiusa, semmai un ragionamento: incentiviamo per tre anni, le anzianità e chi ha raggiunto già i quarant’anni. Naturalmente, siccome c’è un problema di costo, aver proposto i cinquantotto anni ha la funzione di intervenire in una situazione sennò difficilmente rimediabile. Alla fine dei tre anni bisognerà definire dei target, non finanziari, ma fatti di persone che abbandonano di più o di meno il lavoro, sui quali fare tara e, naturalmente, poi trarne delle conseguenze. Se il modello funziona, continuiamo a farlo funzionare così; se non funziona, il tema del innalzamento dell’età ci sarà tutto. Ma ci sarà tutto: compresi i nostri ragionamenti, a quel punto, su cosa fare, che sistema usare e chi eventualmente escludere dall’innalzamento. E’ ovvio. Tra noi è chiaro il meccanismo. Ma non lo abbiamo definito.
E perché lo abbiamo avanzato? Perché il presidente del Consiglio ha dato da intendere che lui, su questa strada era disponibile. Bloccato poi dai conti della Ragioneria, il giorno dopo ha detto: “Quella è la strada che voglio seguire”. Per questo dobbiamo sollecitare il Presidente del Consiglio. Perché non può continuare a dire: “Io lavoro sull’incentivazione” e poi, quando c’è il tavolo di trattativa, le cose si fermano proprio su quel modello. Perché l’incentivazione può riuscire o non riuscire, ma è un modello a sé, che una volta che lo assumi, ha delle logiche. Come l’innalzamento graduale ha una sua logica. Come gli altri strumenti. Ci sono delle logiche che, una volta che le assumi, hanno delle conseguenze: quali che siano. E’ evidente. Abbiamo provato a sfidarli su questo terreno. Gran parte delle forze politiche hanno detto questo, il programma diceva quello, il presidente del Consiglio dice questo. Siamo andati a sfidarlo proprio sul suo terreno. E per dare il segno una disponibilità, che non siamo chiusi al discorso degli oneri e dei conti, abbiamo avanzato l’ipotei dei 58 anni. Contando sul fatto che naturalmente sappiamo che può rappresentare un problema, ma sappiamo anche che, rispetto alle attese, alle paure, alle preoccupazioni, è un passo che in gran parte può essere compreso. Tutto qui.
Per questo io penso che quando riprenderemo il confronto, dobbiamo riprenderlo dal giudizio che il governo dà di questa proposta. Non possiamo partire da zero. Dobbiamo partire da lì. Perché così si svolge una trattativa. Il governo proporrà altre ipotesi: le valuteremo. Ma dobbiamo arrivare a definire un accordo in cui deve essere chiaro quello che vuole il sindacato, qual è il punto di compromesso. Poi so anch’io che, affidato l’accordo al Parlamento può succedere di tutto. Questa è la terza anomalia di questa trattativa. Ma non possiamo farci carico di tutto. E, in ogni caso, il nostro compito è fare un accordo. Se poi l’accordo - perché manca l’ultimo senatore o perché qualcuno è malato – dovesse saltare, deve essere chiaro che la responsabilità non è del sindacato. Perché il sindacato lavora a fare un’intesa per tutelare i suoi rappresentati, nell’ambito della coerenza maggiore con la piattaforma che abbiamo approvato.
E quante volte ho detto, qui e in delegazione: “Guardate, è chiaro che al punto finale dovremo trovare una soluzione di compromesso anche sul punto dello scalone”; perché lo sappiamo tutti, anche chi domani voterà contro, lo sa. Lo sa che non ci sono strade. Ma deve essere un compromesso, come ho detto, intelligente; che tiene insieme al massimo le nostre persone e risponde, soprattutto, al tentativo di protrarre la situazione. Perché, guardate, l’ipotesi che resti lo scalone non è poi tanto campata in aria. Io invidio coloro che dicono “Vedrai che lo tolgono”. Ma “vedrai che lo tolgono” come? Per togliere lo scalone, ci vuole un provvedimento legislativo che metta assieme tutti. Qui dobbiamo rimuovere quello che c’è. E quello che c’è scatta fra sette mesi. E produce, tra l’altro, danni già adesso. Perché già adesso moltissime persone che potrebbero restare, stanno decidendo di andarsene. E più tempo passa, rispetto alla conclusione dell’accordo, peggio sarà da questo punto di vista. E non soltanto nell’area pubblica. Anche in molti settori privati. Pensate soltanto alla questione dei quarant’anni che scatta con il nuovo meccanismo.
Quindi, per questo io credo che noi abbiamo fatto una mossa giusta. Per di più in piena autonomia, totalmente nuova. Non dipendente da nessuna delle soluzioni di cui si discuteva. Presenta qualche problema, certo, ma anche le altre presenteranno dei problemi. Pertanto non muover nulla non produce nessun problema, qualsiasi altra ipotesi produrrà qualche problema.
Questo è il punto al quale siamo arrivati. Per questo ho detto, concludendo la relazione, che secondo me conviene, anche in ragione di quello che si può produrre nei prossimi giorni – c’è l’Ecofin di sabato e domenica, Damiano è impegnato in una serie di giri interni al governo e alla maggioranza per poi riconvocarci sul tema del superamento dello scalone –, aggiornare questo Comitato direttivo a una fase nella quale abbiamo più elementi rispetto a quelli che abbiamo oggi. Così ho chiuso la mia relazione.
Se qualcuno vuole votare, io non ho obiezioni a farlo. La cosa che mi interessava era che in questo Comitato direttivo, in ordine a quello che si è prodotto, ci fosse una dichiarazione. I compagni, le strutture lo hanno fatto. Abbiamo ascoltato tutto, ci siamo formati un’opinione di quelli che possono essere – per chi ha parlato - i punti che sono stati espressi. Io continuo a pensare che è meglio aggiornare questo Comitato direttivo. Perché siamo nel pieno di una trattativa; perché è inutile votare su un passaggio che non ha di per sé implicazioni formali. Non ho paura –ripeto – di un voto o anche di una divisione in questo Comitato direttivo. Però, per me, la via maestra resta quella che avevo espresso nella relazione – qui comunque decide il Comitato direttivo, non decido io – e trasferiamo al prossimo Comitato direttivo, o il voto di un mandato a chiudere oppure altro, perché per avere anche un mandato a chiudere dobbiamo essere in condizioni di vedere una trattativa che è impiantata... oppure decidere altro.
Perché questa trattativa è una trattativa stranissima, complicata, esposta a tutti gli esiti. Non ha un esito soltanto in campo. Questa è la questione che abbiamo oggi.