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Relazione di Guglielmo Epifani al Comitato Direttivo del 4 luglio 2007

Avevamo stabilito di fare il punto sulla valutazione del Documento di programmazione economica e finanziaria e poi di affrontare lo stato del confronto con il governo.
Per quanto riguarda il Dpef, credo che possiamo iniziare una valutazione partendo dalla constatazione che si tratta di un Dpef che prevede, nella scansione temporale dei prossimi quattro anni, una crescita del paese di poco inferiore al 2%. Il che vuol dire che, pur crescendo leggermente meno della media dei paesi europei, la tendenza alla crescita, dopo anni in cui il paese è precipitato a zero, sembra consolidarsi.
Questa, secondo me, è una considerazione importante: implica che, se si fanno politiche di aggiustamento efficaci, questa tendenza può ampliarsi. E questo implica che il paese si rimette in moto. Sembra una cosa semplice, per paesi che in questi ultimi anni sono cresciuti a ritmi molto alti, ma per un paese che è arrivato allo zero, via via arrestandosi, il fatto che si rimetta in moto è un segno di straordinaria importanza. Vuol dire che ricominciano a girare investimenti, ancora molto poco i consumi, le attese. E quindi tutto questo determina quel clima senza il quale davvero il paese si sarebbe avvitato su se stesso.
Il punto, secondo me altrettanto importante, è che questa prospettiva di crescita, si accompagna – e anche questa è, rispetto agli ultimi anni, un’inversione di tendenza – a un sostanziale consolidamento della finanza pubblica. Perché ci sono stati cinque anni di declino, in cui però sono aumentati, in peggio, tutti i saldi della finanza pubblica, mentre in questa prospettiva di crescita si arriva sostanzialmente – anno più anno meno, a seconda di come si negozierà con Bruxelles – a due obiettivi importanti: lo zero (nel disavanzo) e il sotto 100% (nel rapporto debito/pil), che sono due traguardi ai quali il paese non è abituato. Entrambi questi dati rappresenteranno una svolta. Perché scendere sotto il 100% vuol dire ricominciare ad avere un circolo virtuoso, mentre avere un avanzo primario totalmente positivo vuol dire avere i conti a posto per il futuro.
Quello che per noi è straordinario, altri paesi già lo hanno fatto. Noi ci stiamo interrogando, da anni, su come abbattere il debito, in che misura, in che dimensione. Altri paesi lo hanno fatto. Il Belgio aveva, quindici anni fa, esattamente il nostro stesso debito. Naturalmente è un paese molto più piccolo; ma non è che un paese molto più piccolo, con un debito come il nostro, abbia meno problemi. Il Belgio è riuscito a farlo scendere. Con politiche non particolarmente thatcheriane o liberiste, c’è riuscito. Il che vuol dire che questa è una possibilità importante. Va da sé –quale che sia l’idea che si ha della spesa in conto investimenti finanziata a debito - che qualsiasi debito di per sé è un’ipoteca sul futuro. Ovviamente un debito fatto per finanziare investimenti che alla lunga consentano lo sviluppo della produttività e della produzione, e del valore del reddito, ha una funzione positiva. Ma di per sé qualsiasi indebitamento prolungato nel tempo toglie risorse alle generazioni che arrivano. E quindi possibilità al paese che verrà. Tutto questo si riassume in una prospettiva dell’indebitamento abbastanza virtuosa.
Come avete visto è stata operata una correzione per quest’anno, fonte di qualche discussione con Bruxelles, al 2,5 per cento – e il Dpef prevede che per il 2007 e per il 2008 non ci siano manovre di correzione. Manovre che probabilmente tornerebbero, per raggiungere gli obiettivi prefissati, nel 2009, nel 2010 e nel 2011. Nel fare questo ragionamento, noi dobbiamo tener conto del fatto che gli aumenti, apparentemente di poca portata, dei tassi europei, in realtà non sono privi di conseguenza sul costo del nostro debito. Perché lo 0,25 a trimestre vuol dire l’1% all’anno. E per noi, solo per dare una cifra, questo aumento vuol dire, nel corso dell’anno prossimo, due miliardi e mezzo di oneri aggiuntivi sugli interessi del debito. Vuol dire, cioè, non poter disporre di due miliardi e mezzo di cui altrimenti si sarebbe potuto disporre. Questo naturalmente implica – ne abbiamo discusso al Congresso della Ces di Siviglia – ragionare sul perché la Banca centrale tenda prevalentemente, in maniera costante, ad aumentare il tasso di interesse, senza che siamo – perché questo è il punto delicato della scelta europea – in presenza di una particolare tensione inflazionistica; mentre la politica della nostra moneta la rafforza continuamente sui mercati internazionali: verso il dollaro, verso la sterlina, verso il franco svizzero, verso le monete dell’estremo oriente.
Quindi abbiamo una politica che da questo punto di vista comincia a diventare in qualche modo restrittiva. E naturalmente qui scontiamo l’assenza, a livello europeo, di un riferimento di discussione delle scelte di politica finanziaria ed economica che almeno consenta di far valere questi punti di vista e queste valutazioni. Cosa che, come sapete, io penso rappresenti uno dei grandi problemi che ha l’Unione europea, che da una parte ha responsabilità molto evidenti nelle politiche economiche e finanziarie all’interno di ogni paese, soprattutto paesi come il nostro che sono sotto osservazione. E dall’altro, però, alimenta un grande problema di democraticità.
Anche perché, contemporaneamente, non ci deve sfuggire che , crescono molto in Europa paesi che hanno mantenuto la loro moneta, la loro sovranità di politica economica e finanziaria. E anche questo, secondo me, rappresenta un elemento significativo in un ragionamento onesto che va fatto.
In generale, come si può valutare questo Dpef? Fermo restando che anche noi condividiamo l’opinione che si tratta di un documento, il Dpef, che probabilmente ha fatto il suo tempo – non siamo tenaci assertori della sua funzione strategica: pensiamo che, insieme alla legge finanziaria, andrebbe riformato il complesso dei meccanismi legislativi attorno agli obiettivi di politica di bilancio e di sviluppo del paese – tuttavia è un Dpef che ha una sua particolarità. A differenza di quelli passati punta esplicitamente sulla crescita e parzialmente sulla redistribuzione. Se ha un segno, questo Dpef, è quello di prevedere una somma rilevante di investimenti pubblici – anche non finanziati, ne parlerò poi -, che superano, nelle diverse materie, credo addirittura i ventiquattro miliardi di euro. Da questo punto di vista, quindi, è un Dpef che punta ad espandere, punta a sviluppare. E a sviluppare ed espandere prevalentemente la spesa per investimenti.
Naturalmente qui si pone il primo problema di fondo che ha questo Dpef in questa impostazione: che nel momento in cui prevede un forte sostegno all’investimento – e anche, parzialmente, alla redistribuzione – e contemporaneamente non si pone – né credo potrebbe onestamente porsi – l’obiettivo di un ulteriore incremento della pressione fiscale e tributaria, è evidente che resta aperto il problema di come coprire una parte rilevante di questo investimento. Da questo punto di vista, ma solo da questo punto di vista, le osservazioni che ha fatto ieri l’Unione europea sono fondate. Anche perché una parte consistente di queste risorse dovrebbe venire da una rimodulazione, una crescita di efficienza e di produttività del comparto della spesa pubblica corrente. Tema al quale noi non vogliamo ovviamente sottrarci, per le nostre scelte, per le nostre costanti politiche riformatrici nei settori della spesa pubblica, ma che tuttavia sappiamo, nelle condizioni date, molto difficile realizzare a breve.
Ho parlato di politiche d’investimento. Dentro queste ci sono le politiche di investimento, diciamo obbligate – dall’Anas alle Ferrovie, ai contratti pubblici, ai contratti di programma –; c’è il finanziamento del rinnovo dei contratti di lavoro pubblici e, naturalmente, il finanziamento relativo alla riproposizione negli anni futuri dell’extragettito previsto a partire da quest’anno. E sono considerate anche nuove iniziative di spesa. In modo particolare quelle relative all’operazione sull’Ici e sugli affitti e quella relativa all’assegno unico per i figli. Perché parlo esplicitamente di questi due capitoli? Perché sia l’uno che l’altro sono capitoli che non costano, ad occhio e croce, meno di sei – sette miliardi di euro. Vale tanto l’operazione dell’Ici sulla prima casa, e la compensazione parallela degli sgravi per chi è in affitto; e vale altrettanto – se la si fa correttamente – l’operazione, peraltro prevista anche nelle nostre tesi congressuali, dell’istituzione dell’assegno unico per figli. Perché ovviamente il superamento dell’attuale sistema detrazione-assegni famigliari, con l’istituzione di questo istituto, essendo un istituto di cittadinanza, a validità universale – se lo estendi fino a redditi di 61.000 euro - ha un costo di queste dimensioni.
Come si finanziano queste cose? Io credo, che per quanto riguarda l’Ici, dobbiamo rimettere in campo quello che era contenuto negli impegni del governo. E cioè la tassazione delle rendite finanziarie sulla base delle modalità e dei livelli europei, perché una delle tante cose che si dimentica spesso di dire è che restiamo uno dei pochissimi paesi in cui ciò non avviene, e non c’è una motivazione valida perché questo non avvenga, tanto più in un momento nel quale il deficit torna a scendere. E peraltro l’aumento del tasso d’interesse ti consente anche anche di avere qualche volano supplementare per fare operazioni di questo tipo, anche perché, legato al principio di una tassazione media delle rendite finanziarie, potrebbe – come abbiamo peraltro più volte detto – collegare tutta una serie di indicazioni di prelievo fiscale che sono al di sotto di tale prospettiva.
Altrettanto importante è quello che il Dpef prevede nella spesa sanitaria. Qui mi pare che ci sia un mantenimento dell’impegno previsto nella relazione tecnica del 2007 – centoquattro miliardi che arrivano a centosette con le spese del personale – mentre i centootto miliardi mancano del famoso miliardo che doveva derivare dall’istituzione del ticket e che non viene riproposto mentre il Dpef parla genericamente di una ristrutturazione della compartecipazione; termine che, naturalmente, evoca diverse cose. Cosa vuol dire? Con quali strumenti? Con quali indicatori di reddito effettivo? – Problemi che naturalmente incrociano già da adesso, non solo in prospettiva, questioni sulle quali dovremmo essere in condizione di esprimere la nostra opinione.
Anche per quanto riguarda lo sviluppo sostenibile, il Dpef fa un’apertura corretta e importante, alla luce degli accordi intervenuti a livello europeo: la previsione, entro il 2012 di una riduzione dell’emissione al di anidride carbonica al 19%, pena il pagamento di cinque miliardi di euro di penale. Quindi, anche da questo punto di vista un’impostazione corretta alla quale però bisogna far seguire gli strumenti.
Così come su un altro aspetto importante della spesa pubblica, che riguarda alcuni nostri comparti, come il trasporto pubblico locale, è correttamente indicato il bisogno di avere finalmente un piano nazionale. Ma non viene assolutamente indicato né da dove eventualmente prendere le risorse, né quali sono i titoli di questo piano. Naturalmente il Dpef, essendo quel librone che è, va analizzato nei singoli settori, dalle infrastrutture alla ricerca, dall’innovazione, al Mezzogiorno: da questo punto di vista dobbiamo essere in condizioni di fare una lettura un po’ più approfondita dei diversi capitoli.
Dove invece ci si pone un problema, anche qui immediato, è quello relativo al federalismo fiscale. Come voi sapete, il testo uscito dal Consiglio dei ministri non piace alla stragrande maggioranza dei Comuni e all’Anci e non incontra, se non parzialmente, il favore delle Regioni. Noi stessi abbiamo molte osservazioni critiche sul modello di federalismo fiscale che è uscito da quel pronunciamento. I limiti di struttura della proposta, avendo tempi lunghissimi in ogni caso di attuazione, fanno sì che per il 2008 – e cioè per la Finanziaria che il Parlamento dovrà discutere ed approvare nell’autunno – non si parli di compartecipazione. E quindi siamo nel modello tradizionale che abbiamo avuto l’anno scorso. Cioè, in assenza di una politica condivisa di compartecipazione o di divisione diversa delle varie forme di imposizione, va da sé che il rischio è che tutto quello che centralmente non viene trasferito, noi ce lo ritroviamo con l’aumento dell’imposizione locale. In ragione di questo credo che dobbiamo chiedere per la Finanziaria – ma dobbiamo chiederlo adesso – un tavolo unico attorno a tutta la partita finanziaria e fiscale. Tavolo unico per quanto riguarda lo Stato, le funzioni centrali, le Regioni e i Comuni, per evitare quel rimbalzo di responsabilità e quella ricaduta che abbiamo a suo tempo parzialmente evitato ma che non siamo stati in condizione di governare nel complesso. Tanto più perché sappiamo che poi talune di queste voci, a livello locale, hanno una funzione regressiva rispetto al principio della progressività delle imposte. In generale quindi penso che il Dpef ha una sua fragilità nell’equilibrio dei conti finanziari, per le cose che ho detto, e tutto questo ci deve far stare particolarmente attenti nel rapporto tra il Dpef e la sia traduzione nella costruzione della legge finanziaria, per impedire che investimenti che noi consideriamo prioritari non trovino poi poste, per impedire che il problema delle risorse ricada direttamente o indirettamente su una parte delle fasce popolari, di cittadini e di consumatori.
Il secondo punto della introduzione è sul confronto tra noi e il governo. Ne abbiamo parzialmente discusso già nel passato direttivo, ma io credo che sia opportuno, tra di noi, rifare il punto con qualche precisazione, anche alla luce di una situazione che giorno dopo giorno – come era evidente - tende a diventare più complessa e dagli esiti quanto mai indecifrabili.
Come voi sapete, noi sospendemmo le trattative nella notte di giovedì scorso alla luce del fatto che, di fronte alla proposta avanzata unitariamente da Cgil, Cisl e Uil, il ministero dell’Economia opponeva un ragionamento di risparmi equivalenti tra le soluzioni che si dovevano trovare e quelli assicurati dallo scalone. Era evidente, come è evidente, che affrontare in questo modo il come superare lo scalone diventa sostanzialmente impossibile. Perché non ci potrà essere mai la possibilità di avere gli stessi risparmi se non ricalcando esattamente gli stessi strumenti. E siccome questo è un punto di particolare importanza, attorno a questo le trattative furono interrotte. Perché un conto è dire che i risparmi previsti dalla riforma Maroni, nel suo complesso, vanno parzialmente compensati. E possiamo anche aggiungere che possono essere in maggioranza compensati anche all’interno stesso della spesa previdenziale, dicendo, per parte nostra, che una parte di contributo importante lo abbiamo dato con l’aumento dello 0,3 di prelievo sui redditi da lavoro Tutt’altro conto è però ragionare in termini di equivalenza. L’equivalenza non ci può essere. Questo è evidente. Non solo perché un aumento di tre anni sulle anzianità in un solo anno non è compensato da nulla, se non esattamente dalla stessa misura, ma perché poi era previsto l’innalzamento, perché poi c’è il nuovo regime delle finestre e tutto quello che ne consegue, e quindi si parla di una somma davvero molto cospicua.
Questo è il punto sul quale bisogna andare in chiaro, perché altrimenti che non c’è mediazione possibile. Né la più aperta, né la più chiusa. Se non si supera culturalmente, anche nelle intenzioni del governo, questo nodo, il problema è destinato a riprodursi e a rendere praticamente impossibile la soluzione del problema. Noi abbiamo avanzato, durante la notte, la proposta che voi sapete. Non era una proposta definita in tutti i suoi aspetti. Prevedeva, a partire da gennaio, l’aumento a 58 anni; tre anni di sperimentazione, d’incentivazione valida sia per le anzianità sia per i 40 anni; una verifica, al termine del periodo, degli effetti e poi una conseguente derivata della verifica che si andava a fare. L’idea di dire 58 non nasce da una qualche particolare volontà di alzare l’età, ma dalla considerazione che se, rispetto a costi che hanno quella dimensione, tu non metti in campo una piccola disponibilità a ridurre il delta di questi costi, non parti nemmeno. In ragione di questo c’è quel 58, non in ragione di un qualche disegno di chissà quale natura. In questo la proposta fatta, mi permetto di dire, è la migliore proposta in campo possibile. E io resto convinto fermamente di tale opinione. Non a caso è partita il giorno dopo una forsennata campagna che parla di rinvio, parla di cedimento ai sindacati su questa questione. E non a caso anche dentro la maggioranza un fronte non piccolo attorno a questa proposta esprime un posizionamento molto critico. In ragione di questo ho trovato importante l’apertura che ha fatto il ministro del Lavoro alla nostra proposta: esplicitamente e formalmente. E questo rappresenta, secondo me, un punto che ci dà forza, non che ci dà debolezza. Visto che trasferisce all’interno del governo l’esigenza fondamentale di trovare un punto condiviso attorno a queste questioni. Nelle discussioni che ci sono state, tutte le opinioni che legittimamente sono state espresse devono tenere però a mente una cosa molto ferma. Io, ad esempio, penso – l’ho già detto anche nell’altro direttivo –, che il tema dello scalone non è il primo dei problemi che dobbiamo affrontare. Ma in ragione di questo va affrontato subito.
Anch’io penso che dobbiamo dedicarci ai giovani e agli anziani, ma per farlo dobbiamo risolvere immediatamente il problema dello scalone; perché sennò restiamo impiccati tutti a questo tema. Così come coloro che mi spiegano che giovani e anziani sono prioritari dovrebbero anche avere la bontà di spiegarmi perché sui giovani e in modo particolare sul precariato, per i diritti che stiamo strappando facciamo tanta fatica. Penso, per esempio, ai diritti che abbiamo dovuto strappare sui parasubordinati nella Finanziaria scorsa. O penso ancora alle questioni sul tempo determinato che stiamo affrontando in queste ore, mentre vedo con piacere che c’è una riscoperta della condizione degli anziani, sulla quale per anni ci avevano in realtà accusato di essere noi i protagonisti, avendo metà dei nostri iscritti tra i pensionati. Anche qui, visto che c’è questa straordinaria nuova attenzione, mi domando perché tutti coloro che ci dicono che c’è la centralità degli anziani, improvvisamente dimenticano che esiste il tema della non autosufficienza, tema del quale non si parla più... E per quanto riguarda gli aumenti delle pensioni, ce li fanno sudare...
Voglio dire anche qui al Comitato Direttivo - se qualcuno se l’è dimenticato - che noi contro lo scalone e la riforma Maroni, abbiamo fatto degli scioperi. Che non ha ragione Giavazzi nel fondo del Corriere della Sera di oggi a dire che noi abbiamo condiviso lo scalone e quindi non si capisce perché abbiamo cambiato idea. Non abbiamo cambiato idea: abbiamo scioperato contro lo scalone, contro la controriforma, e manteniamo esattamente la stessa posizione. Vorrei che fosse chiara per tutti. Se qualcuno ha cambiato idea, tra i compagni del direttivo, lo dica. Non succede nulla. Ma la Cgil non cambia opinione o idea in ragione dei governi o in ragione dei tempi. E questo deve essere affermato da parte mia con la massima fermezza. Dopodiché penso che il lavoro che stiamo facendo con il governo è esattamente di segno opposto rispetto quello indicato da chi ci critica. Perché sia nell’aumento delle pensioni, sia nell’operazione sui giovani, sia nell’operazione sugli ammortizzatori sociali, il segno di questo lavoro è esattamente il segno contrario a chi vuol farci dire che questo è un accordo sullo scalone. Perché la parte prevalente del lavoro che stiamo facendo, è proprio il tema del patto intergenerazionale, che guarda ai giovani e guarda agli anziani. E in ragione di questo vuole proporsi di superare lo scalone, per quel carattere di iniquità che esso contiene.
Voglio anche aggiungere che spero che nessuno di noi sottovaluti nessuna delle cose sulle quali stiamo definendo dei risultati. Potranno essere pochi il miliardo e tre per gli anziani, ma sono due generazioni che non si vedono aumenti contrattati per gli anziani. Potrà essere considerata poca cosa l’aggancio al 100% delle pensioni tra tre a cinque volte il minimo, ma è una richiesta che facciamo da quasi vent’anni e nessun governo l’aveva mai accolta. Così come quella cosetta sugli ammortizzatori sociali, in modo particolare l’indennità di disoccupazione, e in modo ancor più particolare la sua pensionabilità, per alcune categorie – magari quelle che non fanno notizia: nel settore dei servizi, nel turismo, negli edili, in una parte dell’agricoltura – vuol dire poter recuperare due o tre anni, nel corso di una vita, di pensionabilità, di accesso alla pensione. Vuol dire aver ridotto il punto di pensionamento esattamente di questa dimensione. Ed è una cosa che riguarda un numero enorme di persone: credo due milioni l’anno, pro quota.
Così come la stessa cosa riguarda i giovani. Non solo per il problema della totalizzazione, anche qui, cosa che da sempre abbiamo chiesto e che mai abbiamo raggiunto. E anche lo stesso riscatto della laurea ha un suo richiamo importante: perché incentiva una scelta che dobbiamo fare, di continuare a studiare e laurearsi, in un paese che ha un numero di laureati così basso. C’è una dispersione anche nel settore dell’istruzione alta.
Così come penso che sia importante quello che abbiamo definito sui coefficienti: a proposito di altra lezione di coloro che ci spiegano che c’è un problema prioritario dei giovani. Perché noi non abbiamo mai negato che in un sistema contributivo i coefficienti non siano un pilastro. E’ evidente. Il sistema contributivo si regge sui coefficienti. Non potrebbe essere altrimenti. E siccome vogliamo l’equilibrio, abbiamo determinato le condizioni per una piccola grande svolta, che anche un sistema contributivo può avere dentro di sé una sua logica di intelligente solidarietà. Soprattutto nei confronti dei precari e dei giovani di oggi, in modo da garantire per dopo un livello di pensione accettabile. E magari cominciare a ragionare, come hanno fatto gli svedesi, anche del fatto che non tutte le attese di vita sono uguali. Perché è vero che mediamente la vita cresce per tutti, ma c’è per qualcuno un’attesa di vita che in realtà cresce meno e si ferma prima.
Non sono in grado, sugli altri punti del confronto, di aggiungere alle cose dette altri elementi. Voglio invece fare qualche ragionamento generale sul tema di cui più si discute in queste ore. Ho detto che oggi c’è un attacco forsennato alle nostre proposte. L’attacco si nutre di tante cose. Ce n’è uno che ha, onestamente, un segno molto liberista. Dove sotto tiro non è la nostra posizione sulle pensioni, in tutta onestà: è il ruolo del sindacato. Quando più editoriali del giornale più importante d’Italia continuano a dire “ma perché ancora si concerta, si dialoga, ci si confronta con il sindacato”? E’ questo allora il tema: lo si capisce. Non quello che stiamo facendo,è proprio il fatto che esista, una volta sfaldati i partiti e con le istituzioni un po’ in difficoltà, un soggetto di rappresentanza collettiva che cerca di stare in campo e cerca di condizionare le scelte non solo - come dicono strumentalmente - per la propria parte, ma per il bene che noi riteniamo generale. Questo è il punto: che si ritrova esattamente nell’idea che ha Montezemolo, non quando critica il sindacato – cosa in sé che un presidente della Confindustria sarebbe strano che non facesse –, ma quando punta a dire “rappresento io i lavoratori”. Sta lì il punto, sta lì la lesione grave. E in questa campagna forsennata, si usano argomenti che davvero non hanno fondamento. Si continua ancora a scambiare l’età legale con l’età reale del pensionamento. C’è qualcuno che si interroga come mai in Germania, con un pensionamento a sessantacinque anni, l’età media reale del pensionamento è di sessanta? E la mitica Francia, che ci viene portata ad esempio, la Francia che ha ancora, per tutti i dipendenti pubblici, un regime di favore peggiore di quello che abbiamo a fatica abolito con la Dini. E guardate che in Francia il settore pubblico non vuol dire mica solo insegnanti e statali: vuol dire anche dipendenti delle imprese pubbliche: imprese industriali, imprese di servizi. Questo, relativamente all’età di pensionamento.
Così come la campagna si dispiega, nel tentativo di dire “questa è la proposta della Cgil”, quando la proposta è unitaria. Una volta che c’è una proposta unitaria, si dica almeno “c’è una proposta unitaria”. Poi, essendo noi più grandi, abbiamo più responsabilità. Ma questo va da sé. E avete notato se da qualche parte qualcuno ha mai detto che nell’innalzamento della Maroni c’è anche un problema che riguarda le finestre? Avete mai visto su qualche giornale qualcuno che aggiunga all’età media prevista dall’innalzamento dell’età di pensionamento anche quella che si aggiunge con le finestre? C’è qualcuno che ne parla? E secondo voi questo non ha un senso?
Davvero c’è un attacco, al quale dobbiamo rispondere non dando fianco a quello che considero il punto più pesante di questo attacco. L’idea, cioè, che ci occupiamo di una parte sempre più piccola, in ragione del fatto che esistono problemi sempre più grandi che invece vengono fuori. Noi siamo quelli che rappresentano gli interessi di tutti, che non escludiamo nessuno, che non vediamo privilegi nell’operaio che va in pensione a cinquantasette anni di età, perché non è quello un privilegio. I privilegi previdenziali sono altri: sono quelli dei magistrati, sono quelli dei professori universitari, sono di una parte del sistema della politica.
E per quanto riguarda l’adesione ai fondi pensione, trovo questa una cosa straordinaria, che fa ragione delle cretinate sullo scippo, che qualcuno fuori da noi – e spero nessuno qua dentro - ha propagandato per mesi, di fronte al fatto che i lavoratori decidono cosa fare del loro Tfr e la loro decisione è sacra. Se è vero che un terzo dei lavoratori ha optato per i fondi pensione, nelle condizioni date - ma qui voglio essere cauto, perché non lo so - lo giudico un risultato straordinario. Aggiungo che quelli che oggi ci dicono – anche il mio amico Giuliano Amato – che dovevamo togliere il principio della irreversibilità della scelta, vedo che arrivano come sempre troppo tardi, perché è esattamente la cosa che abbiamo chiesto al governo precedente e al governo di oggi. E nessuno l’ha voluta dare. Dove erano quando noi la chiedevamo? Noi Cgil. Perché è evidente che non puoi mettere sullo stesso piano il fatto che se scegli di tenere il Tfr in azienda, poi puoi scegliere, domani, di metterlo in fondo pensione mentre se per la prima volta scegli un fondo pensione è come il vecchio matrimonio, quello che non prevedeva il divorzio: lo tieni per tutta la vita. Vogliamo scommettere che se ci fosse stata la possibilità di scelta e di reversibilità entro cinque anni, avremmo capovolti i dati? E’ possibile che questa, che era un’operazione di buon senso, non si poteva fare prima? Così come noi da soli, da soli, avevamo chiesto. E tutti quelli che parlano oggi, perché non hanno speso una parola prima? Perché non l’hanno fatto? Perché è sempre facile parlare dopo. Il problema è parlare quando occorre, come in tutte le cose. Non ci serve chi arriva dopo in soccorso di qualcosa che è andata come non doveva andare. Bisogna che le cose vadano, e che gli aiuti e i sostegni arrivino quando i problemi si pongono.
Ho detto prima che giudico la proposta unitaria per il superamento dello scalone la migliore possibile. E spiego perché. Voglio essere chiaro: è la migliore possibile perché prova a riprendere per i capelli una politica di mantenimento al lavoro, della quale c’è bisogno, attraverso la via dell’incentivazione. Una via che in Italia non è stata mai perseguita seriamente, perché la proposta di Maroni non lo era e lo dicemmo – anche lì, quasi da soli – subito, quando tutti gli apologeti spiegavano che invece era una buona cosa. Così del resto hanno fatto, prima di noi, in Germania, in Spagna e in Francia. Chissà perché sparisce anche questo riferimento. Non alla Spagna vecchia, alla Spagna di Zapatero. Allora, io penso che questo tentativo vada fatto. Poi lo so che è complicato. Perché una politica d’incentivazione, separata da altre politiche, può determinare anche risultati più bassi. Ma io credo che sia una sfida che va affrontata.
D’altra parte non è che il presidente del Consiglio può dire un giorno sì e un giorno no che va seguita la strada dell’incentivazione. E gli stessi partiti politici – non tutti per la verità, ma qualcuno alla sinistra della sinistra sì – dire che va seguita la politica di incentivazione e poi improvvisamente, quando proviamo a fare la politica di incentivazione, questa non va più bene.
Io credo che sia un tentativo che va fatto. Onestamente. Realmente. È una sfida. Che va accompagnata anche da un grande disegno culturale, di fiducia: la gente, messa in condizione di poterlo fare, può restare al lavoro più a lungo. Ed è, d’altra parte, quello che sta succedendo. Perché ancora quest’anno i pensionamenti di anzianità nei primi mesi sono quarantamila di meno di quelli dell’anno scorso. Ma perché c’è una dinamica ovvia nelle persone. Chi può restare, resta, perché lo sa che il valore della sua pensione, in prospettiva, tende a diminuire. E quindi, se può, tende ad avere un reddito che si prolunga nel tempo. E anch’io credo che l’invecchiamento attivo sia qualcosa di più del mantenimento, oltre una certa età, delle persone al lavoro. Ma non è che possiamo immaginare vent’anni di vita tutta fuori dal lavoro, così come si poteva immaginare precedentemente, quando però la vita non era però così più lunga. Quindi è una sfida, anche culturale.
Che poi andrebbe accompagnata da un intervento sulle aziende, perché non licenzino i lavoratori negli ultimi quattro-cinque anni, come fanno altri paesi. Andrebbe accompagnata da formule più elastiche di fuoriuscita, andrebbe cioè costruito un disegno riformatore culturale di permanenza al lavoro. Invece, è chiaro, se non si fa questo, resta la questione dell’obbligo. Una permanenza al lavoro che, ovviamente, con l’età che cresce, diventa un problema. Da questo punto di vista, quindi giudico non solo una provocazione, ma un ragionamento fondato quello che abbiamo avanzato. Anche con la sfida, a tre anni, di fare una verifica. Perché non possiamo essere totalmente sordi anche all’esigenza dei conti e delle condizioni generali dei patti intergenerazionali. E quindi davvero io penso che questa rappresenti la migliore proposta in campo.
Ce ne possono essere altre. Il governo ci ha avanzato una proposta di arrivare a sessantadue anni. Questa è la proposta che abbiamo respinto. C’è qualcuno che pensa che sia meglio questa? Io credo di no. E quando ragioniamo su un principio di differenza nel lavoro - tema al quale sono molto affezionato – non possiamo però considerarlo come una pennellata. Io so che ci sono condizioni di lavoro non uguali. Non sono però tutte nelle fabbriche. E non tutte le fabbriche sono uguali. E ci sono condizioni di lavoro pesantissime anche nel settore dei nuovi servizi e delle nuove fabbriche, che non sono più le vecchie fabbriche. C’è Mirafiori e ci sono i call center. E c’è l’infermiera di notte e c’è chi pulisce i bagni in condizioni terribili di lavoro. E allora, per questo non mi piace dire “escludiamo gli operai”. Gli operai chi? E poi solo l’operaio manufatturiero? E perché? L’operaio edile è figlio di un dio minore? L’operaio agricolo è figlio di un altro dio minore? E chi non è operaio e fa un lavoro faticoso? E può essere che si arrivi poi a escludere dalla platea di coloro la cui età di pensionamento può salire, i due terzi della platea dei lavoratori? Tanto che, se ti resta solo un terzo sulle pensioni di anzianità, che è costretto a salire, deve salire magari per tre volte quello quello che mediamente si potrebbe salire un po’ tutti? Sono questi i ragionamenti onesti. Se si trascinano le cose, c’è un’implicazione. Se si sceglie un modello, c’è un’implicazione. Se si sceglie un altro modello, c’è un’altra implicazione.
Noi non dobbiamo dividere socialmente la rappresentanza del lavoro. E lo puoi fare se il principio di esclusione o di vantaggio è fondato e motivato. Io di questo sono convinto. E la dico esattamente come la penso: fuori di qui e in qualsiasi situazione. Noi tutti, non solo il segretario generale o la segreteria, rappresentiamo il complesso di questa organizzazione. Anche chi risponde a una singola categoria, a un singolo luogo di lavoro. Perché questa è la Cgil.
Così come voglio dire anche un’altra verità. Anch’io ho pensato –il governo lo sa – che di fronte alle difficoltà del quadro politico, fosse immaginabile, magari all’ultimo momento, il rinvio di un anno del problema. Ma abbiamo davvero chiaro cosa vuol dire “rinvio di un anno del problema”? Salviamo un anno. Mettiamo in fibrillazione, senza certezze, tutti gli anni successivi e, contemporaneamente, non siamo in condizione neanche di toccare i quaranta anni. E’ davvero questa la soluzione migliore? Io penso, in ragione di questi ragionamenti, che la proposta che abbiamo avanzato – che ci crea qualche problema, lo so –è di gran lunga la proposta migliore. Unita al fatto che dobbiamo mettere mano alle due finestre di Maroni per i quarant’anni; perché dobbiamo poter liberare i quarant’anni e perché so che questo, soprattutto in molte aree operaie del nord è sentito almeno quanto, se non di più, dell’uscita a cinquantasette anni e 35 anni. Ci sono operai che quando arrivano – e ce ne sono - a fare i quarant’anni di lavoro al gennaio del 2008, con la Maroni di oggi vanno in pensione nel luglio dell’anno dopo: restano diciotto mesi nel posto di lavoro senza avere per di più nessun rendimento dai contributi che versano. Aggiungo, sempre per chiarezza tra di noi, che togliere queste finestre non è roba da poco: l’abolizione o il ritorno, per essere più precisi, alla Dini, costa tanto. Non è qualcosa che si aggiunge. Perché i numeri sono importanti e il periodo di permanenza della Maroni cresce in ragione di quello che dicevo prima. Quindi non è una passeggiata. Anche questa sarà una conquista complicata che dovremo saper compensare, se e quando arriveremo al dibattito su questo punto.
In ragione di tutto ciò difendo la nostra proposta. La difendo come proposta autonoma del movimento sindacale. Vedo che attorno a questa, sia all’interno del governo sia all’interno della maggioranza, ci sono molte tensioni; vedo un clima all’interno del governo che tende a diventare più difficile. Sta comunque in comunque in campo una proposta di Cgil, Cisl e Uil. C’è e ci starà. Poi noi non sappiamo come il governo compenserà le proprie spinte, che cosa deciderà. Ma per noi si parte dalla nostra proposta.
L’ultima cosa che voglio dire. Come avete visto, ieri è ripartito il confronto con il governo sui problemi dell’aumento delle pensioni più basse. La discussione ieri sera non è stata facile. Anche il documento che ci è stato presentato questa mattina non è un documento semplice. Perché? Per il semplice fatto che il governo e la ragioneria tendono a muoversi ancora sulla base delle condizioni di reddito, di povertà e quindi, nella sostanza, finiscono per non cogliere la nostra richiesta: di premiare le pensioni più legate alle storie contributive. Noi siamo disponibili per quanto riguarda invalidi civili e condizioni similari, ad avere ovviamente un’attenzione nei confronti di queste fasce. Però immaginare di dare i soldi esattamente a quelli a cui li ha dati Berlusconi, è un limite che non possiamo accettare. So che è una posizione unitaria delle tre organizzazioni sindacali, nelle prossime ore riprenderemo il confronto su questo passaggio delicato. Per quanto riguarda gli altri temi, e in modo particolare lo scalone, il ministro del Lavoro ci ha chiesto qualche giorno per avere i chiarimenti necessari dentro il governo, dicendo comunque che tra la fine della settimana e l’inizio della prossima il confronto riprenderà anche su questo tema. Io penso che facciamo bene a tenere una posizione unitaria, in uno sfrangiamento molto forte. Ho già detto, non abbiamo le stesse sensibilità unitariamente su tutto – basta leggere le interviste e lo si capisce – ma abbiamo il bisogno di restare uniti. Perché se anche il sindacato confederale si sfrangia sul merito, diventa poi più difficile dare razionalità e una conclusione positiva a questo confronto.
In ragione di questo, credo che dobbiamo promuovere iniziative a sostegno della trattativa. Non riusciamo a farlo nazionalmente, per le difficoltà che intercorrono tra di noi a governare nazionalmente un pacchetto di scioperi. Credo che bisogna, a questo punto, intensificarle dal basso. Come intelligentemente si sta facendo in queste ore. Penso alla proposta dello sciopero unitario di Brescia e anche al volantino corretto che l’accompagnava. Penso a quello che unitariamente sta avvenendo nelle città dell’Emilia Romagna in queste ore. Io credo che questo sia, in assenza di altre possibilità, quello che in questa fase noi dobbiamo apprestataci a fare. Perché dobbiamo far sentire una pressione. Perché dobbiamo in qualche modo stare in campo. In ragione di tutto questo, penso che il nostro direttivo debba fare una discussione esplicita e franca sulla base di questa relazione. E poi, anche in ragione degli appuntamenti che si dovranno definire, aggiornare il direttivo alla prossima settimana.


N.56

17 luglio

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