La storia dei fondi pensione non è finita certamente il 30 giugno. La prima fase dell'operazione Tfr — che aveva l'obiettivo di allargare il più possibile la partecipazione dei lavoratori alle diverse forme di previdenza complementare — ha rispettato sostanzialmente gli auspici, come ha rivelato il sondaggio pubblicato sul Sole-24 Ore di sabato scorso.
Così, sommando le adesioni esplicite a quelle, in numero limitato, che prenderanno la strada del silenzio-assenso, oltre il 40% dei dipendenti è entrato a far parte del sistema della previdenza complementare.
Alcuni squilibri tuttavia rimangono. La previdenza integrativa continua a essere un'esperienza elitaria di cui si avvalgono i lavoratori non più giovani, occupati in aziende medie e grandi e residenti in prevalenza nelle regioni centro- settentrionali. Le nuove generazioni, quelle che saranno più colpite dalla riduzione del tasso di copertura delle pensioni pubbliche, hanno invece dimostrato una maggior resistenza alla scelta dei Fondi. E, questo, è certamente un aspetto sul quale si dovrà riflettere.
Va riconosciuto, comunque, che le forme negoziali hanno incrementato in modo significativo il volume delle adesioni. Non è ancora abbastanza, però, per determinare la svolta attesa.
D'altra parte, che sarebbe finita così lo si poteva arguire già quando, nella scorsa legislatura, furono definite, dopo un laborioso negoziato, le nuove regole operative della previdenza privata. L'aver confermato la rendita di posizione dei fondi negoziali (solo aderendo a essi il lavoratore acquista il diritto a incassare il contributo del datore, perdendolo se, dopo due anni, trasferisce altrove la sua posizione individuale) ha finito per appiattire il sistema pensionistico privato sul modello contrattuale e delle relazioni industriali, «sindacalizzando » il problema. E gli «esclusi» dal modello relazionale hanno preferito restare fuori anche dal sistema pensionistico a esso collegato.
In sostanza, il conferimento del Tfr ha avuto successo sul versante dei fondi chiusi, ma non su quello dei fondi aperti e delle polizze individuali. I vincoli imposti a queste ultime tipologie non potevano essere compensati dai privilegi concessi alle forme collettive, le quali hanno però handicap oggettivi alla loro espansione.
La scelta di conservare il Tfr - come testimoniano le risposte al sondaggio - può essere, dunque, in larga misura temporanea e reversibile; e corrispondere a un'esigenza chei lavoratori hanno di capire meglio il funzionamento del sistema.
Ma anche il legislatore, le parti sociali, le istituzioni e gli operatori devono introdurre correzioni e mettere finalmente in campo una complessità di strumenti in grado di sollecitare la domanda di previdenza privata (che esiste) e di intercettarla. La costituzione di fondi territoriali, la concessione di migliori agevolazioni fiscali alle categorie prive del Tfr (in particolare ai lavoratori atipici), l'affermazione di un'effettiva par condicio tra le diverse forme possono rilanciare l'iniziativa, diversificando il più possibile l'offerta.
Intanto, occorrerà seguire con attenzione l'esito saprofita del Fondo di Tesoreria-Inps.
Paradossalmente tutto il can can sulla previdenza a capitalizzazione si conclude amaramente con una vittoria dello statalismo.