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www.lavoce.info - 21 giugno 2007

Lo scalone si può barattare

Ancora una volta il dibattito pensionistico italiano è interamente assorbito dalle preoccupazioni di breve periodo: a tener banco è lo scalone del primo gennaio mentre l’aggiornamento dei coefficienti sembra usato per mantenere in ostaggio il governo finché non abbia fatto le concessioni "giuste". È un peccato che il tasso di sconto intertemporale di questo paese resti così elevato da azzerare l’interesse per tutto ciò che non è candidato ad accadere in breve tempo.
I problemi dei coefficienti.
Nel 1995 fu ancora peggio nel senso che, dei soli tre mesi impiegati a partorire la più innovativa delle riforme europee, la maggior parte furono spesi a negoziare la tabella di marcia con cui l’età minima di pensione sarebbe stata gradualmente elevata fino a raggiungere gli attuali 57 anni. Rassicurato dai tempi biblici della transizione, il sindacato accettò di avallare in fretta una "proposta contributiva" improvvisata e zeppa di errori concettuali dei quali ancor oggi non si riesce a discutere.
Gli errori riguardanti i coefficienti di trasformazione sono certamente rilevanti, ma bisogna smettere di pensare che bastino revisioni annuali anziché decennali. Ciò servirà a evitare scaloni socialmente ingestibili e a impedire il privilegio altrimenti concesso a chi va in pensione alla fine di un decennio piuttosto che all’inizio del successivo. (1)
Ma non è tutto. In primo luogo, ogni generazione ha diritto ai "suoi" coefficienti che devono esserle stabilmente assegnati quando essa varca l’età pensionabile. Diversamente, a lavoratori nati nello stesso anno saranno iniquamente imputate tavole di sopravvivenza diverse in dipendenza dell’età di pensionamento prescelta; e la prospettiva di revisioni al ribasso si tradurrà in un formidabile incentivo ad anticipare il pensionamento. (2)
In secondo luogo, le tecniche di calcolo dei coefficienti devono essere perfezionate sia per smussare la volatilità della sopravvivenza sia per evitare che essi nascano obsoleti perché basati su tavole di sopravvivenza non aggiornate.
Tante cose da fare.
La corretta regolamentazione dei coefficienti non esaurisce le cose da fare, l’elenco delle quali è troppo lungo per essere contenuto in un articolo di giornale. Mi si lascino solo menzionare gli interventi più importanti che vanno dalla correzione del meccanismo di indicizzazione per garantirne la coerenza coi coefficienti di trasformazione (3), allo "scorporo" dell’invalidità e della premorienza - entrambe inconciliabili con un sistema a contribuzione definita, alla unificazione delle gestioni previdenziali e al livellamento delle aliquote contributive - entrambi indispensabili per garantire l’equilibrio strutturale del sistema e non solo utili per ridurre i costi di amministrazione o fare cassa nel medio termine.
Agli interventi necessari per non lasciare incompiuta la "macchina contributiva", se ne possono aggiungere altri con cui cogliere almeno alcune delle tante flessibilità che essa offre a costo zero. Fra questi, il "pensionamento graduale", cioè la possibilità di trasformare in rendita una parte del montante contributivo lasciando che la parte residua sia alimentata dall’ulteriore contribuzione versata proseguendo (anche part time) l’attività lavorativa. In secondo luogo, la crescente femminilizzazione del mercato del lavoro apre la strada alla libera scelta fra rendite reversibili e non(4). In terzo luogo, i lavoratori potrebbero essere chiamati a scegliere il profilo temporale della loro pensione, anche accettando coefficienti di trasformazione più bassi in cambio di indicizzazioni più generose. La scelta li indurrebbe anche a riflettere sulle pensioni d’annata e sull’opportunità di posporre l’età di pensionamento.
Questi e altri dovrebbero essere gli argomenti di un dibattito pensionistico lungimirante e maturo. E se a impedirlo fosse lo scalone, bene farebbe il governo a barattarlo in cambio dell’impegno a consolidare il modello contributivo.
Non sarò l’unico a ricordare che gli interventi sull’età di pensione giunsero inattesi e che dall’attuale maggioranza furono non solo contestati nel merito, ma anche interpretati come un furbesco diversivo teso a distrarre l’attenzione dell’Europa dalla finanza creativa di leggi di bilancio poco incisive. Fino a quel momento tutti sembravano contenti della "dolce gobba", salita la quale la spesa pensionistica in termini di Pil avrebbe cominciato a scendere proprio grazie alla riforma contributiva.


(1) Per approfondimenti, cfr. S. Gronchi in Il Sole 24Ore del 10 febbraio 2007.
(2) Per approfondimenti, cfr. S. Gronchi in Il Sole 24Ore del 9 maggio 2007.
(3) Per approfondimenti, cfr. S. Gronchi, in Il Sole 24Ore del 29 marzo 2007.
(4) Occorre comunque eliminare l’attuale regime di cumulo della pensione al superstite coi redditi autonomamente posseduti da quest’ultimo. Oltre ad impedire il calcolo corretto dei coefficienti, tale regime appare come un ‘tardivo’ tentativo di redistribuzione, del tutto stonato in un modello pensionistico che non prevede (pur potendolo fare con maggiore trasparenza di altri) redistribuzioni più importanti e significative di questa.

Sandro Gronchi



N.49

25 giugno

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