L’obiettivo della sostenibilità dovrebbe essere la pietra angolare di ogni sistema previdenziale. E se questo è vero perle pensioni pubbliche, dovrebbe essere ancor più vero per le casse professionali e privatizzate, casse che devono trovare al,loro interno strategie, strumenti e risorse per garantire il futuro dei loro iscritti. In questa prospettiva i dati sulle casse previdenziali dei liberi professionisti, raccolti anche quest'anno dal Sole-24 Ore, rivelano certamente alcuni aspetti positivi, ma ne lasciano trasparire altri, decisamente negativi, ben più rilevanti per un giudizio complessivo sul loro stato di salute. Gli aspetti positivi riguardano il presente: guardando ai parametri economico-demografìci, sia il tasso di copertura, ossia il rapporto tra le entrate per contributi e le uscite per pensioni, sia il rapporto tra il numero dei contribuenti e quello dei beneficiari, pur presentando una certa variabilità tra cassa e cassa, mostrano tutti valori da fare invidia alla previdenza pubblica, da quella dei lavoratori dipendenti, pubblici e privati, a quella, ben più disastrata, dei lavoratori autonomi. Trame motivo di compiacimento sarebbe però miope. E’ vero che si tratta di dati parziali (manca, per esempio, proprio la cassa dei giornalisti) e limitati nel tempo, ma fanno emergere comunque evidenti elementi di preoccupazione. In primo luogo un sistema previdenziale basato sulla ripartizione — ossia sull'utilizzo dei contributi di un anno per il pagamento delle prestazioni dello stesso anno, con soltanto una modesta accumulazione di riserve — lega le generazioni presenti (giovani e anziane) alle generazioni future e si proietta quindi su un arco temporale di decenni anziché di anni, o anche di pochi lustri. In questa prospettiva, i buoni rapporti che quasi tutte le casse esaminate presentano sono indicativi della "giovinezza" delle gestioni più che non di uno schema pensionistico lungimirante e ben disegnato. È naturale infatti che in un'attività relativamente nuova vi siano molti lavoratori attivi e pochi pensionati e anche se il disegno previdenziale della cassa fosse insostenibile, cioè promettesse pensioni sistematicamente superiori al loro equivalente attuariale, essa presenterebbe pur sempre cospicui avanzi di gestione.
Non mostrerebbe invece il sottostante debito nei confronti delle generazioni future, destinate ad aumentare con il maturare della professione e della relativa gestione. In secondo luogo, quello che i dati non rivelano è l'inadeguatezza del disegno pensionistico delle Casse. Tale inadeguatezza discende da due difetti di fondo, il primo, rimediabile, è tipico delle Casse di vecchia generazione, privatizzate nel 1993, e discende da formule retributive di calcolo della pensione, non compatibili con l'equilibrio finanziario di lungo termine della gestione. Il rimedio — in verità già adottato da qualche Cassa, ma ancora avversato da molte — consiste nel passaggio al metodo contributivo, in analogia con quanto stabilito, con la riforma del 1995, sia per le nuove Casse, sia per il sistema pensionistico pubblico. Se le pensioni riflettono adeguatamente la dinamica interna della massa contributiva della Cassa si evitano, da un lato, fenomeni di evasione e sottodichiarazione dei redditi; dall'altro, la formazione di disavanzi. Ma anche quando il metodo contributivo fosse adottato (volontariamente o via inter-vento legislativo) da tutte le Casse, resterebbe pur sempre il secondo difetto. Questo consiste nella insufficiente diversificazione del rischio relativo al risparmio previdenziale: anche con gestioni in equilibrio, infatti, lo schema pensionistico fa dipendere le prestazioni dalla sola dinamica della categoria (ossia dal numero e dai redditi dei lavoratori che vi ap-partengono). In altre parole, mentre la pensione di un metalmeccanico o di un dipendente pubblico, essendo ancorata al prodotto interno lordo, dipende dalla dinamica complessiva dell'economia, quella di uno psicologo o di un consulente del lavoro dipende, oltre che dai contributi versati, dalla dinamica specifica della categoria. Le categorie professionali però hanno vicende alterne: qualcuna cresce, qualcuna scompare e nessuna è, in ogni caso, in grado di crescere sistematicamente più della media dell'economia. Il rimedio a questo difetto è di au-mentare le riserve; di cercare accorpamenti con altre Casse — come si ipotizza per Inps e Inpadp, in modo da allargare la platea di riferimento; o di passare alla capitalizzazione. La risposta delle Casse, senza che, nel loro complesso, abbiano fatto molto per correggere i propri difetti congeniti ma forti — in apparenza — dei loro avanzi di breve periodo, è invece di proporsi come rac-coglitrici anche delle risorse da destinare alla previdenza complementare. L'autorizzazione a gestire il fondo pensione della categoria dovrebbe però essere concessa soltanto a patto che la Cassa abbia prima posto in atto tutte le misure necessa-rie per assicurare sostenibilità di lungo termine alla previdenza obbligatoria della categoria stessa. Tale misura sarebbe utile non soltanto agli iscritti alla Cassa, i quali vedrebbero meglio tutelati i loro interessi pensionistici, ma anche ai contribuenti in generale, dato che la storia del nostro Paese è ricca, purtroppo anche in campo previdenziale, di episodi di "privatizzazione degli utili" e di "collettivizzazione delle perdite". È facile anticipare le reazioni negative a questa proposta, ma dovrebbero essere gli stessi iscritti, e in particolare quelli più giovani, sui quali maggiormente peserà l'onere del debito pensionistico, a sostenere che la gestione del fondo pen-sione non possa essere fatta dalle stesse organizzazioni che, in altra veste, non sembrano avere grande considerazione del loro futuro.
Elsa Fornero